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Lingua italiana, scuola, sviluppo
[ Sotto la lente ]

 

LINGUA ITALIANA, SCUOLA, SVILUPPO
Lo stato dell’italiano in rapporto alle esigenze del Paese
e alla riforma dell’Istruzione

Venerdì 18 dicembre 2009 Nicoletta Maraschio (Presidente dell’Accademia della Crusca), Salvatore Califano (Accademia dei Lincei) in rappresentanza del Presidente Lamberto Maffei e Silvia Morgana (Presidente dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana – ASLI), hanno presentato alla stampa il documento “Lingua italiana, scuola, sviluppo” promosso dall’Accademia della Crusca, dall’Accademia dei Lincei e dall’ASLI.

Oltre al documento stesso, proponiamo qui un'introduzione scritta dal presidente emerito dell'Accademia della Crusca, prof. Francesco Sabatini, pubblicata sul numero 39 della rivista La Crusca per voi.

 


L’italiano e i travagli crescenti della Scuola

 

 

La Scuola reclama da tempo le prime pagine di questo periodico. Ci obbliga a tenere in piena evidenza il tema l’ondata di deprecazioni che sorge da ogni parte per l’inefficacia della sua azione nei riguardi delle competenze linguistiche delle generazioni che avanzano, ed entrano nelle professioni, nelle amministrazioni e nelle aziende,. Tutti, si può dire, additano la Scuola come vera responsabile del declino di queste competenze: c’è chi accusa di apatia gli alunni (ma chi li ha educati? Famiglie, tv…); chi di noncuranza i docenti (ma chi li ha formati e selezionati?).

 

 Abbiamo sempre sostenuto che, nel circolo di cause ed effetti che determinano, in positivo o in negativo, il corso delle lingue nelle società organizzate del mondo moderno, il punto nevralgico resta certamente l’istituzione nella quale si pongono le basi del comportamento linguistico – capacità, atteggiamenti, sensibilità – degli individui che vivono, e fanno massa, in tali società. Ma non ci stancheremo mai di ripetere che se alla Scuola dobbiamo attribuire tanta responsabilità specifica in questo campo, sarebbe vuoto esercizio retorico o, peggio, modo di oscurare molteplici altre responsabilità il continuare a non vedere la catena che lega allo stesso carro almeno altri due soggetti comprimari: l’Università e i Governi che si succedono alla guida del Paese. Alla prima spetta con assoluta evidenza il compito di preparare in modo appropriato la classe degli insegnanti; ai secondi spettano i compiti, ineludibili, ma troppo spesso elusi, di provvedere all’efficienza delle strutture scolastiche concrete, di assicurare una decorosa condizione socio-economica ai docenti e, fatto per nulla secondario, di verificare la rispondenza della formazione degli aspiranti insegnanti alle funzioni che li attendono nelle aule. Per quanto riguarda l’insegnamento dell’italiano, bisogna dirlo francamente, si ignora il fatto che la preparazione universitaria degli insegnanti nell’area specifica della linguistica italiana è stata, per lungo tempo, del tutto assente (proprio così) e poi ha continuato ad essere assai limitata.

 

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo sono stati diplomati e laureati e poi immessi nelle classi scolastiche centinaia di migliaia di docenti che, anche quando di ottima cultura di altro tipo, non avevano mai studiato su basi scientifiche la lingua di cui dovevano occuparsi nell’insegnamento, si trattasse del livello primario, medio o secondario. (Abbiamo dimenticato che fino a qualche lustro fa potevano insegnare, in alcuni ordini di scuole, italiano, latino, storia, filosofia, lingue i semplici laureati in legge?). Colpa degli insegnanti, insomma? O non, piuttosto, colpa principale dei regolamenti ministeriali (quindi governativi) che non costringono induttivamente – attraverso i meccanismi di selezione di chi dopo la laurea aspira all’insegnamento – le Facoltà universitarie a predisporre, nella loro sempre vigente libertà, curricoli adeguati e vincolanti di formazione?

           

È proprio questo il tema esposto nel documento che pubblichiamo di seguito a questa nota. Esso è nato da dibattiti tenuti più volte in questa Accademia, gli stessi che hanno dato luogo ad altri interventi pubblicati su questo foglio (i più recenti nei numeri 35 [Pp. 1-3: Bisogno d’italiano nelle Università. Lettera aperta ai ministri dell’Università e dell’Istruzione.], 36 [Pp. 1-3: Una politica per l’italiano: dall’Università alla scuola alle professioni; pp. 3-8: Internazionalizzazione dell’Università e nuove sfide per la lingua italiana; “Non rinunciare all’identità. L’uso della madrelingua nelle scienze naturali”], 37 [P. 5: L’italiano e gli immigrati; pp. 5-9: Quando l’italiano non è lingua materna.], 38 [Pp. 1-8: Apriamo un dibattito sulla nostra legislazione linguistica; pp. 8-11: I sistemi di valutazione dell’Università: quali insidie per l’italiano.]). È stato redatto dal nostro Accademico Francesco Bruni ed è stato approvato dal Consiglio Direttivo; la nostra Socia accademica Silvia Morgana lo ha portato all’approvazione dell’Associazione per la Storia della lingua italiana, di cui è presidente, e i nostri Accademici Maurizio Vitale e Luca Serianni ne hanno procurato l’approvazione anche da parte dell’Accademia dei Lincei.

 

Anche il testo successivo ha come parte direttamente interessata la Scuola, questa volta fatta oggetto di attenzione (si fa per dire) dai proponenti di un’iniziativa che dimostra di nuovo, però, quanto poco si comprendono le necessità linguistiche delle nuove generazioni e i compiti dell’istituzione chiamata a farsene carico. È un mio testo personale, preparato per una raccolta di dichiarazioni di linguisti e scrittori in merito alla ventilata introduzione dell’insegnamento dei dialetti nella Scuola. Ringrazio Giovanni Ruffino, ordinario di dialettologia all’Università di Palermo, che lo ha accolto nella pubblicazione del Centro di studi filologici e linguistici siciliani (Cfr. La “questione” del dialetto nella scuola: un confronto sui giornali italiani (estate 2009), testi raccolti a cura di Vincenza Pinello, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo, 2009, pp. 79-87), di cui è presidente, e mi ha concesso di ripubblicarlo a brevissima distanza di tempo.

 

Francesco Sabatini



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